AIMA - VERSILIA |
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| Associazione Italiana Malattia di Alzheimer |
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Progetto Gentle Care Progetto stimolazione cognitiva Risultati preliminari |
LA RICERCA NON FARMACOLOGICA |
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Prefazione La malattia di Alzheimer è accompagnata da sintomi cognitivi (perdita di memoria, disorientamento e confusione) e, spesso, da sintomi comportamentali (agitazione, aggressività, vagabondaggio, insonnia, rifiuto ad alimentarsi o iperfagia, allucinazioni, deliri, disinibizione sessuale). I sintomi comportamentali, che maggiormente generano stress nel familiare, possono essere influenzati da molti fattori: disturbi o malattie organiche, dolori, paura dell'ambiente circostante, frustrazione dovuta all'incapacità di comunicare, capire o compiere le attività quotidiane. Per i problemi comportamentali che non hanno origine organica ci sono due approcci: l'approccio farmacologico e quello non farmacologico. Le due alternative possono anche essere combinate. In tutto il mondo si stanno compiendo studi e ricerche anche sull'approccio non farmacologico. Ne vogliamo illustrare alcuni. |
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La malattia di Alzheimer è la più comune causa di demenza; in Italia si stimano 500.000 ammalati. Si tratta di un processo degenerativo cerebrale progressivo, irreversibile, dalle cause ancora ignote, di lunga durata (8 - 15 anni). Gentlecare è un metodo di cura e di sostegno alla persona affetta da demenza introdotto in Italia da Moyra Jones e sperimentato presso l'Istituto Golgi di Abbiategrasso. Nasce da un approccio di tipo riabilitativo dopo aver valutato l'impatto della malattia sulla persona e aver condotto un accurato bilancio delle abilità che il paziente ha perduto e delle abilità che il paziente ha conservato. Gli obiettivi del Gentlecare sono così riassumibili: promuovere il benessere della persona, dando al termine benessere il significato del "miglior livello funzionale possibile in assenza di condizioni di stress"; risolvere o controllare i problemi comportamentali; ridurre lo stress di chi assiste; ridurre l'utilizzo di mezzi di contenzione fisica e/o farmacologica Le persone includono tutti coloro che si occupano del paziente, staff, familiari e volontari. Diventa cruciale realizzare una alleanza terapeutica che consenta di avere la massima condivisione possibile del programma di cura individualizzato. La comprensione della patologia, del suo impatto sul paziente, con la conoscenza del contesto di cura consente anche di affrontare diversamente i disturbi comportamentali frequenti nei pazienti dementi, adattando le richieste dell'ambiente alle effettive capacità del paziente e non viceversa. La formazione di chi assiste diventa quindi il punto di partenza per ogni intervento di Gentlecare; la motivazione, la capacità di osservare il comportamento dei pazienti e di vivere in modo empatico le loro difficoltà, sono gli altri cardini del lavoro di chi assiste. Il programma già sperimentato negli USA ed in Canada, ha dato buoni risultati anche nel nostro contesto di cura. Nei casi seguiti con questo metodo presso il nucleo Alzheimer del nostro Istituto, si sono modificati positivamente i disturbi del comportamento, è diminuito il ricorso a psicofarmaci, a contenzione fisica ed è diminuito lo stress di chi cura. Un progetto di stimolazione cognitiva Basi teoriche e possibile impatto sulla vita quotidiana Presso l'Unità di Neurologia Riabilitativa è stato recentemente intrapreso un programma di riabilitazione cognitiva in day hospital per pazienti affetti da malattia di Alzheimer lieve - moderata. Ci si propone di valutare l'efficacia di due programmi alternativi di riabilitazione, prendendo in considerazione l'efficacia in merito a diversi parametri (AVQ, disturbi comportamentali, impatto sul caregiver, test neuropsicologici). Si prevede inizialmente di reclutare 0 soggetti con AD che verranno suddivisi in due gruppi comparabili per gravità. I pazienti verranno sottoposti a riabilitazione cognitiva individuale (6 sedute settimanali per un totale di 5 settimane). Il primo gruppo effettuerà un trattamento di riabilitazione neuropsicologica che mira alla stimolazione delle funzioni cognitive residue (rappresentazione spaziale, attenzione, memoria, linguaggio), mentre il secondo gruppo effettuerà un trattamento di stimolazione della memoria procedurale nelle attività di vita quotidiana. Questo programma appare particolarmente interessante se si considera anche che il trattamento riabilitativo del soggetto demente, offrendo appropriate stimolazioni al paziente, evita che i disturbi cognitivi vengano aggravati dall'isolamento e dal ritiro sociale e, nello stesso tempo, tutela il caregiver, che ha bisogno di allontanarsi anche per poche ore dalla cura del proprio caro per dedicarsi ad altre attività. Va sottolineato, inoltre, come è stato dimostrato, che la riabilitazione cognitiva del paziente demente è in grado di ridurre i disturbi comportamentali, che sono quelli che impattano nella maniera più distruttiva sul contesto familiare e sociale. Il nostro programma si propone perciò come un intervento di avanguardia nel panorama italiano, sia su un piano di ricerca (allo scopo di ampliare le conoscenze su quali siano gli interventi non farmacologici più efficaci), che su quello terapeutico e assistenziale (sono assai pochi i centri in Italia in grado di offrire un trattamento di questo tipo). Risultati preliminari
L'unico trattamento farmacologico attualmente disponibile per la cura sintomatologica del deterioramento cognitivo nella malattia di Alzheimer (MA) è l'uso degli inibitori dell'acetilcolinesterasi. Tuttavia anche in ambito riabilitativo vengono riportati dei dati sempre più incoraggianti tramite programmi di riabilitazione cognitiva (PCRT). Di recente, inoltre, è stato dimostrato che, nell'anziano con perdita di memoria età-dipendente, l'uso di composti nootropi colinomimetici combinato con programmi di memory training porta ad un miglioramento del funzionamento della memoria oggettiva e soggettiva significativamente maggiore rispetto al trattamento singolo.
Lo scopo dello studio pilota è di verificare l'ipotesi che nella MA di grado lieve - moderato, l'uso di un farmaco antidemenza combinato con riabilitazione cognitiva sia in grado di modificare il profilo di efficacia rispetto al trattamento singolo. Dopo il consenso informato, 24 soggetti, di sesso feminile, con diagnosi clinica di probabile Alzheimer, secondo il DSM-IV (1994), comparabili per scolarità e gravità della malattia, sono stati assegnati secondo un ordine casuale a 4 gruppi di trattamento, di durata comparabile: (1) Placebo, (2) Inibitori dell'acetilcolinesterasi, (3) Riabilitazione Cognitiva, (4) Inibitori dell'acetilcolinesterasi + Riabilitazione Cognitiva. La riabilitazione era costituita da sedute individuali, per 3 mesi, al ritmo di due sedute settimanali della durata di 45 minuti ciascuna in presenza del caregiver. Gli esercizi erano indirizzati a stimolare l'orientamento spazio-temporale, la memoria (soprattutto autobiografica e non dichiarativa), le abilità verbali e le funzioni esecutive ed erano ripetuti a domicilio dal caregiver. In singolo cieco, prima e subito dopo il trattamento sono state valutate le funzioni cognitive (MMSE e ADAS-Cog. 7)), i sintomi non cognitivi e lo stato funzionale (Intervista del Comportamento Spontaneo, ICS, e Attività Strumentali della Vita Quotidiana, IADL). Il test LSD per confronti multipli ha rivelato che l'entità del miglioramento ottenuta dal gruppo (4) al MMSE (Mini Mental Scale Examination) era maggiore rispetto ai rimanenti tre gruppi e quella all'IADL differiva significativamente solo rispetto ai malati del gruppo (1) e (2). Per quanto riguarda il MMSE, l'effetto Placebo va nella direzione opposta rispetto agli altri tre tipi di intervento. L'ES (Effect Size)della terapia combinata (gruppo 4) risulta circa sei volte maggiore rispetto ai trattamenti in singolo. L'ES della terapia combinata sull'ADAS-Cog può essere considerato come la somma del trattamento con Inibitore e della Riabilitazione in singolo. Relativamente alle funzioni non-cognitive e allo stato funzionale (ICS, IADL), l'ES del trattamento combinato e la Riabilitazione in singolo non solo risulta maggiore ma va anche nella direzione opposta a quello degli altri due. In accordo con l'ipotesi di Newhouse e coll. la terapia combinata nella malattia di Alzheimer porta, anche a breve termine, ad un significativo miglioramento sia dello stato cognitivo globale che del comportamento del malato, e conseguentemente anche della qualità della vita non solo del malato ma anche del caregiver. Possiamo, pertanto, dedurre che la Riabilitazione Cognitiva come attualmente concepita accelera e potenzia l'effetto della terapia con inibitori dell'Acetilcolinesterasi in singolo. Riferimenti: Rogers, S.L. e Friedhoff, L.T. (1998) Eur Neuropsychopharm 8: 67-75; B„ckman, L. (1996) Acta Scand.Neurol. S165: 109-113; Zanetti, O. e coll. (1998) J. Am. Med. Ass. 279; 655; DeVreese, L.P. (1996) Arch.Geriatrics Gerontol. S5: 9-22; Riedel, W. E Jolles, J. (1996) Drugs Aging 8; 254-274; Newhouse, P.A. e coll. (1997) Drugs Aging 11: 206-228; Rosen, W.G. e coll. (1984) Am. Psychiatry 141: 1356-1364; Lucca, U. e coll (1996) The Lancet, Suppl.: 45; Rockwood, K. E coll. (1997) J. Clin. Epidemiol. 50: 581-588.
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