Molti passi sono stati fatti, specialmente negli ultimi dieci anni, nella lotta alla malattia di Alzheimer. Alcuni farmaci: il tacrine, il donepezil e l'ENA 713 sono stati approvati da varie autorità regolatorie per il trattamento sintomatico della malattia di Alzheimer in fase lieve o moderata; sono farmaci colinergici che utilizzano lo stesso meccanismo d'azione per migliorare il funzionamento della memoria. Inoltre molti ricercatori stanno lavorando per sviluppare farmaci che agiscono con meccanismi completamente differenti per alleviare e posporre i sintomi della malattia di Alzheimer. Molte opzioni farmacologiche sono previste nei prossimi 18 mesi e vari altri farmaci sono attualmente allo studio dice Zaven Khachaturian, Ph.D., direttore dell'Istituto di Ricerca Ronald & Nancy Reagan.
Farmaci colinergici
Nel cervello l'acetilcolina - un neurotrasmettitore coinvolto nella comunicazione tra le cellule nervose - invia messaggi da una cellula all'altra. Un enzima, chiamato acetilcolinesterasi, distrugge l'acetilcolina dopo che questa Ë stata usata, in modo che non si accumuli tra le cellule nervose e non causi complicazioni. Le ricerche hanno dimostrato che non c'è sufficiente acetilcolina nel cervello dei malati di Alzheimer. Perciò inibendo l'enzima che distrugge l'acetilcolina, gli scienziati sperano di mantenere nel cervello una più elevata concentrazione di acetilcolina intatta e di migliorare la memoria aumentando la comunicazione tra le cellule nervose. Il tacrine, il donepezil e l'ENA 713 funzionano, appunto, come inibitori dell'acetilcolinesterasi e diminuiscono la distruzione dell'acetilcolina. Per quanto riguarda il donepezil uno studio clinico della durata di sei mesi ha dimostrato che più della metà delle persone cui veniva somministrato il placebo (pastiglia senza principio attivo) era peggiorato mentre si rilevava un peggioramento solo in un terzo circa di chi riceveva il farmaco. Gli effetti collaterali più comuni sono stati diarrea, nausea, vomito, insonnia, affaticamento, mancanza di appetito. Nella maggior parte dei casi questi effetti sono diminuiti o scomparsi con l'uso continuo.
Altri farmaci colinergici con lo stesso meccanismo d'azione (anticolinesterasici) , attualmente sperimentati in studi clinici in tutto il mondo sono: metrifonato, eptastigmina, galantamina. Questi tipi di farmaci migliorano temporaneamente le capacità cognitive ma non arrestano l'inevitabile degenerazione delle cellule nervose causata dalla malattia di Alzheimer.
Gli scienziati hanno intrapreso anche un'altra strada per aumentare la comunicazione tra le cellule nervose sviluppando farmaci che agiscono come specifici neurotrasmettitori che possono essere deficitari nel cervello dei malati di Alzheimer. Questi farmaci sono chiamati "agonisti colinergici" . Un esempio è la melanina che mima l'azione dell'acetilcolina. Quando l'acetilcolina invia un "messaggio" da una cellula nervosa all'altra, lo fa in un modo specifico; lascia una cellula nervosa e viaggia verso un'altra dove si attacca ad un recettore specializzato solo per lei e consegna il "messaggio". I farmaci che imitano la sua azione, sostituendosi all'acetilcolina, potrebbero aumentare la trasmissione tra le cellule nervose che utilizzano questa molecola per comunicare e, in questo modo migliorare temporaneamente la funzione della memoria. Nella malattia di Alzheimer qualcosa causa il cattivo funzionamento della comunicazione tra le cellule nervose e porta alla loro morte. I ricercatori ritengono che il deficit di acetilcolina nel cervello, benchè importantissimo, sia uno dei vari deficit biochimici che caratterizzano la malattia. I farmaci colinergici (anticolinesterasici e agonisti) che cercano di migliorare il funzionamento del sistema dei neurotrasmettitori non impediscono la morte delle cellule nervose ne' rallentano significativamente o arrestano il decorso della malattia. Nell'attesa che vengano sviluppati farmaci che proteggano o riparino le cellule nervose danneggiate, essi forniscono, comunque, un primo aiuto per migliorare alcuni sintomi della malattia di Alzheimer.
Farmaci protettivi
I ricercatori stanno studiando farmaci che proteggano le cellule nervose dai danni provocati dalla malattia di Alzheimer e, contemporaneamente, trattamenti che possano riparare le cellule nervose danneggiate durante il decorso della malattia. Sulla base di ricerche epidemiologiche, gli scienziati hanno identificato alcuni tipi di farmaci da studiare e sperimentare: gli estrogeni, gli anti ossidanti e gli anti-infiammatori. Si sta esplorando l'uso degli estrogeni come potenziale prevenzione per ritardare l'insorgenza dell'Alzheimer. Gli estrogeni sono ormoni che hanno un ruolo importante nel cervello e in altre parti del corpo come il sistema femminile di riproduzione. Secondo recenti ricerche di laboratorio e alcuni studi sembrerebbe che gli estrogeni interagiscano con il fattore di crescita nervosa (NGF) ed aiutino le cellule del cervello - particolarmente quelle che usano l'acetilcolina - a svilupparsi e sopravvivere. Una decina circa di piccoli studi clinici hanno inoltre dimostrato che gli estrogeni possono migliorare la memoria e il pensiero nelle donne malate di Alzheimer.
Gli estrogeni possono agire come anti-ossidanti arrestando l'azione dannosa delle molecole di ossigeno. Secondo una teoria sull'invecchiamento che data da molto tempo i danni dovuti all'ossidazione causerebbero la degenerazione delle cellule nervose. I radicali liberi generati dall'ossidazione giocherebbero un ruolo nell'Alzheimer, nel cancro ed in molte altre malattie. Il normale metabolismo produce radicali liberi; il nostro corpo li produce per aiutare le cellule in varie occasioni come quando, ad esempio, deve combattere un'infezione. Ma una quantità eccessiva di radicali liberi è dannosa alle cellule in quanto, essendo i radicali liberi molto reattivi, possono provocare reazioni a catena che producono sostanze chimiche che possono danneggiare le cellule.
Nell'Alzheimer i radicali liberi sono sospettati per diversi motivi. Attaccano i lipidi delle membrane delle cellule nervose e possono sconvolgere il delicato meccanismo che regola il flusso di ciò che entra ed esce dalla cellula, come il calcio. Inoltre, l'ossidazione può alterare le proteine.
Alcune di queste alterazioni sono state trovate nelle placche amiloidi di pazienti affetti da malattia di Alzheimer. E' stato dimostrato che la beta-amiloide, nelle placche neuritiche, causa il rilascio di radicali liberi. Tutti questi cambiamenti sono irreversibili.
Gli studi dei composti che combattono l'ossidazione portano la ricerca più vicina a capire i processi che danneggiano le cellule e a trovare i mezzi per trattare e prevenire la malattia di Alzheimer. Altri anti-antiossidanti riportati in uno studio dell'ADCS (Alzheimer's Disease Cooperative Study)(1) sono la vitamina E e la selegilina (farmaco registrato per la terapia della malattia di Parkinson) . La ricerca, pubblicata sul New England Journal of Medicine (24 aprile 1997), è stata condotta su malati di Alzheimer in fase lieve cui sono stati somministrati per due anni vitamina E e selegilina; questi malati sono peggiorati più lentamente di quelli che assumevano il placebo. Commenta Zaven Khachaturian "Questa ricerca è molto incoraggiante, ma è prematuro raccomandare l'uso di vitamina E o selegilina come trattamento specifico per la malattia di Alzheimer senza ulteriori ricerche".
Per quanto riguarda i farmaci anti-infiammatori una ricerca ha dimostrato una relazione tra l'uso di questi farmaci non steroidei (ibuprofen) e un ridotto rischio di malattia di Alzheimer. La ricerca è stata pubblicata su Neurology (Marzo 1997). Sebbene questo studio sia un importante passo avanti, gli esperti sono d'accordo sulla necessità di ulteriori studi clinici più ampi e più controllati. Walter Stewart, Ph.D., professore aggiunto di epidemiologia alla John Hopkins School di Sanità Pubblica ed Igiene, e capo investigatore del progetto, soggiunge "Sebbene questi farmaci siano promettenti come strategia preventiva o ritardante l'insorgenza della malattia di Alzheimer, sono necessarie ulteriori ricerche per chiarire i fattori specifici che possono aver contribuito a questi risultati". I farmaci anti-infiammatori possono avere effetti collaterali indesiderati, soprattutto a livello gastro intestinale. Chi si affretta ad utilizzarli senza informazioni sufficienti sul dosaggio appropriato e sugli effetti di una terapia a lungo termine può correre il rischio di causare più danni che benefici.
Terapie future
L'obiettivo della ricerca è, ovviamente, sviluppare farmaci che trattino le cause che sono alla base della malattia di Alzheimer e che ritardino, arrestino o prevengano lo sviluppo della malattia. Una possibilità sarebbe di somministrare sostanze che prevengano la morte delle cellule nervose nel cervello. Il fattore di crescita nervosa o NGF ha dimostrato, negli animali, di prevenire la degenerazione delle cellule nervose colinergiche, coinvolte nella malattia di Alzheimer.
Purtroppo, però, l'NGF non può essere somministrato direttamente ai malati per due ragioni: se somministrato oralmente (per bocca) è attaccato dai succhi gastrici prima di poter esser utilizzato; se somministrato per via parenterale (per iniezione) non è in grado di attraversare la barriera emato encefalica che agisce come filtro protettivo e impedisce l'ingresso nel cervello di sostanze dannose. A causa di questo problema sono allo studio sostanze o farmaci a molecola più piccola che possano passare facilmente nel cervello attraverso la barriera emato encefalica e agire come l'NGF. Inoltre, si stanno studiando i modi migliori per far arrivare i farmaci al cervello, combinando ai farmaci sostanze che li aiutino a passare la barriera.
|