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IL PUNTO SULLA RICERCA

 

Newsweek, 20 marzo 2000
"Alzheimer: la scienza ne sta scoprendo i misteri. Più a lungo vivremo, maggiori saranno le probabilità di ammalarci di questa devastante malattia. Ma le scoperte più recenti stanno portando gli scienziati più vicini a trovare una terapia" - Geoffrey Cowley.

Time, luglio 2000
"La nuova scienza dell'Alzheimer. In gara contro il tempo - e l'uno contro l'altro - i ricercatori sono più vicini a comprendere una delle più devastanti malattie del cervello" - Madeleine Nash.

Panorama, 27 aprile 2000
"Alzheimer. La scienza scopre i segreti della malattia che ruba la mente" E' un male progressivo e inesorabile che distrugge il cervello. Ne soffrono 500 mila italiani e 18 milioni in tutto il mondo. Negli ultimi cinque anni i ricercatori hanno chiarito i meccanismi che innescano il processo degenerativo e hanno scoperto i geni che lo favoriscono. Oggi all'orizzonte ci sono nuovi farmaci capaci di contrastarne il decorso. E allo studio anche un vaccino - Laura Bardare e Gianna Milano

Le scienze, febbraio 2001
"Il puzzle dell'Alzheimer. Il quadro biochimico straordinariamente complesso di questa malattia invalidante è tuttora incompleto, ma si cominciano a ricomporre elementi che, appena un decennio fa, sembravano non avere alcun collegamento" - Peter H. St George-Hyslop.

La frequenza di questi articoli divulgativi, pubblicati con dovizia di particolari su settimanali e riviste importanti è la dimostrazione che, sebbene non si sia ancora trovata una terapia preventivo o risolutiva per la malattia di Alzhemer, in questi ultimi anni la scienza ha fatto dei grandissimi passi avanti.

"Immaginate il vostro cervello come una casa illuminata: Ora immaginate che qualcuno spenga le luci una ad una; questo è quello che fa l'Alzheimer. Spegne la luce in una stanza e poi nell'altra e le idee, le emozioni e la memoria si affievoliscono e cessano del tutto. Sfortunatamente, come sanno bene tutti i familiari dei malati, non c'è ancora nessun modo per evitare che le luci si spengano, nessun modo per riaccenderle. Almeno per ora"
Inizia così l'articolo di Madeleine Nash pubblicato sul numero di luglio 2000 di Time.

Fino a qualche anno fa, non si disponeva quasi di alcun tipo di conoscenza sulle cause della malattia; tuttavia le recenti scoperte nei campi dell'epidemiologia, della genetica, della biologia molecolare e cellulare e di altre discipline stanno finalmente fornendo le chiavi per identificare alcuni dei meccanismi che sono alla base della malattia. "Abbiamo imparato di più sulla malattia di Alzheimer negli ultimi 15 anni di quanto avessimo scoperto negli 85 precedenti" dice il dottor Bruce Yanker della Harvard Medical School.


Le straordinarie scoperte degli ultimi anni

Negli ultimi due anni gli scienziati hanno fatto delle scoperte di straordinaria importanza sul come la malattia di Alzheimer distrugge il cervello e i risultati del loro lavoro li portano sempre più vicini a trovare delle terapie.
Sembra che l'Alzheimer insorga perché il normale processo di elaborazione di alcune proteine si verifica in maniera errata, portando all'accumulo di frammenti di una proteina tossica nelle cellule e negli spazi intercellulari del cervello.
Le basi di queste conoscenze sono state poste grazie all'esame autoptico del cervello.
Che cosa realmente accade nel cervello di un malato? Come si era reso conto Alois Alzheimer nel 1907, il cervello di chi viene colpito da questa malattia è ingombro di accumuli proteici.
L'accumulo extracellulare di ß-amiloide dà luogo alla formazione delle "placche" mentre il venir meno della normale conformazione della proteina tau determina la comparsa dei "grovigli neurofibrillari" all'interno delle cellule nervose.
Fino a non molto tempo fa, gli scienziati potevano solo tentare di indovinare il significato di queste lesioni. "Non si sapeva nemmeno di cosa fossero fatte" dice Paul Greegard, direttore del Fisher Alzheimer Center della Rockefeller University. "Ora sappiamo di cosa sono fatte e cominciamo anche a capire che cosa ne provoca la formazione" .

Il primo passo verso la soluzione del mistero

Le placche di beta-amiloide
Il primo passo verso la soluzione del mistero venne fatto alla fine degli anni '80, quando gli scienziati identificarono una molecola chiamata APP, ovvero proteina precursore dell'amiloide. L'APP è una normale proteina prodotta da neuroni sani, che attraversa la membrana cellulare. Più di recente, i ricercatori individuarono almeno tre enzimi - detti alfa, beta e gamma secretasi - i quali possono dividere l'APP in parti più piccole (la beta secretasi è stata identificata con certezza l'anno scorso). Diversamente dalla alfa secretasi, che porta alla formazione di una proteina innocua, gli enzimi beta e gamma contribuiscono insieme a generare una proteina più corta e con la tendenza ad aggregarsi, denominata beta amiloide (A-beta). Tutti produciamo la proteina A-beta "Ma il problema - dice il dottor Dennis Selkoe della Harvard Medical School e del Boston Brigham and Women's Hospital.- consiste nel suo smaltimento: di solito l'A-beta viene digerita dopo essersi staccata dalla cellula, ma talvolta forma degli insiemi insolubili detti fibrille, che poi si uniscono insieme creando le placche. La correlazione tra densità delle placche e gravità della malattia è molto incerta. Per di più simili placche si ritrovano nella maggior parte delle persone anziane. Tuttavia la loro presenza massiccia nell'ippocampo e nella corteccia cerebrale è specifica dei malati di Alzheimer".
"Perché la densità delle placche di beta amiloide non riflette direttamente la gravità della malattia?" - si chiede Peter H. St George-Hyslop.
Il problema, in sostanza, è se le placche di beta amiloide siano effettivamente la causa della demenza e questa domanda fondamentale quanto irrisolta è da anni al centro delle discussioni e della ricerca. Questa domanda, ancora senza risposta certa, ha creato tra i ricercatori schieramenti contrapposti (ne ha parlato il prof. Massimo Tabaton sul Notiziario Alzheimer Italia n.18, pagina 6).
E' ereditaria?
Fin da quando Alois Alzheimer identificò la malattia, nel 1907, gli epidemiologi hanno cercato di comprenderne i meccanismi e si sono domandati se fosse ereditaria, e perciò influenzata in primo luogo dai geni, o se fosse piuttosto causata da fattori ambientali. Negli anni 80 furono identificate alcune grandi famiglie in cui la malattia si trasmette da una generazione alla successiva. Una simile modalità di trasmissione indicava che i membri di queste famiglie avevano ereditato un gene difettoso, dominante rispetto a quello normale. Sull'ereditarietà, responsabile di una piccola percentuale di casi, molto resta da chiarire. Negli ultimi dieci anni, i ricercatori hanno individuato tre geni che possono, dopo aver subito una mutazione, produrre l'A-beta in quantità eccessiva. Queste mutazioni si ereditano per via familiare, e virtualmente tutti coloro che ne ereditano una sviluppano il morbo di Alzheimer entro i 60 anni. L'Alzheimer familiare ad esordio precoce è raro (rappresenta il 3 - 5 % di tutti i casi). (Ne parla Amalia Bruni, neurologa e ricercatrice, nell'articolo "La Nicastrina" a pagina 4).
Genetica e ambiente
La forma comune della malattia ha anch'essa una componente genetica. "Ma la maggior parte di questi malati non ha dei geni che causano direttamente la malattia, è la loro conformazione genetica che li rende più suscettibili a cause ambientali". dice Rudy Tanzi, genetista alla Harvard Medical School. Queste cause non sono conosciute, ma sappiamo che esistono, e, come dimostra il caso di Sally Luxon e di Diane Schuller, sono molto potenti. Sally e Diane sono gemelle identiche e hanno la stessa serie di geni.
Lo studio sui gemelli
Entrambe cresciute nell'Ohio, si vestivano allo stesso modo, dormivano nello stesso letto e, quando sorridevano, mostravano la stessa dentatura irregolare. Diane, però, sembra più giovane dei suoi 63 anni, le piace viaggiare con il marito e mantiene i contatti con i figli, i nipoti e la madre ottantaseienne. Sally invece, che ha la malattia di Alzheimer in fase già avanzata, non parla dal 1993 e non cammina dal 1994, non riconosce le figlie e nemmeno la sua gemella. "Possiamo solo tenerle la mano - dice la sorella Diane - e sperare che, quando l'abbracciamo e la baciamo, lei si renda conto, anche solo minimamente, che le siamo vicini."
Le due gemelle fanno parte di uno studio sulla malattia di Alzheimer nei fratelli gemelli, condotto dalla Duke University. E' difficile dare una spiegazione del loro destino così diverso, ma i ricercatori hanno individuato vari fattori non-genetici che possono avere qualche influenza.
Fattori di rischio
I pochi fattori di rischio finora identificati sono interessanti ma non chiarificatori. I traumi cranici sono probabilmente fra quelli più documentati e sembra che una scarsa istruzione nella prima infanzia possa essere correlata ad un aumento del rischio. Correlazione, tuttavia, non equivale a un nesso di causa-effetto, e questi fattori potrebbero essere in realtà indicatori di altri agenti o eventi: ad esempio un trauma cranico potrebbe semplicemente ridurre il numero dei neuroni, provocando in tal modo la comparsa precoce dell'Alzheimer e un basso livello di scolarizzazione potrebbe indicare un'altra forma di carenza verificatasi durante l'infanzia.